Doping meccanico: come funziona il motorino nascosto

Doping meccanico: come funziona il motorino nascosto

Nel mondo del ciclismo, più o meno amatoriale, si parla sempre di più di motorini nascosti nel telaio per migliorare la propria performance. Si tratta di sofisticazioni che vanno contro questo sport, e si è fatto un gran parlare al riguardo in termini di doping meccanico o tecnologico. Il problema è sempre più diffuso, e sono numerosi i casi scoperti nelle competizioni ciclistiche, tant’è che oggi la UEC, l’Unione Europea del Ciclismo, ha iniziato a collaborare con la WADA in merito per contrastarne l’utilizzo. Vediamo insieme qualche dettaglio.

La maggior parte dei motorini in circolazione ha una potenza che si attesta fra i 200 e i 400 Watt, sono silenziosi, e si nascondono all’interno del telaio, nel tubo verticale, dove sono collegati con il movimento centrale, dove tramite un semplice sistema di ingranaggi sostengono la pedalata. Esistono vari produttori, e le caratteristiche principali non sono sempre le stesse. A seconda del motorino, infatti, l’accensione e il funzionamento possono variare. Esistono modelli che partono con un comando via bluetooth, e che vengono gestiti insieme a qualcuno dall’esterno, oppure possono avere un pulsantino nascosto da qualche parte lungo il manubrio. I più sofisticati, però, sono direttamente collegati al cardiofrequenzimetro del ciclista e settati per partire quando la frequenza raggiunge una certa soglia, e a spegnersi quando si torna al di sotto di questa. Oggi come oggi, che si sappia, questi sono i modelli più evoluti, soprattutto per il fatto che tendono a entrare in azione quando il carico di sforzo aumenta, mimetizzandosi così nella maggiore intensità di gara in quel determinato tratto.

L’utilizzo di motorini nascosti a livello competitivo è sempre crescente, a partire dai primi casi scoperti. Le prime voci risalgono alle Classiche del 2010, ma è nel 2016 che si assiste al primo caso rilevato, in occasione dei Mondiali di Ciclocross dell’UCI. L’atleta è stata punita con 6 anni di sospensione dal partecipare a qualsiasi genere di competizione ciclistica. Da allora non ci sono state altri casi scoperti e sanzionati a livello professionistico, nonostante ci siano inchieste che datano l’utilizzo di tali motorini nelle maggiori competizioni fino al 2004, come testimoniato da Cassani in sede RAI. Continuano però i casi a livello amatoriale, e il recente torneo amatoriale a Bedizzole ha risollevato il polverone. Da allora sono in molti a sostenere che il problema sia molto più diffuso del previsto, facendo riferimento alle velocità intraprese in questi circuiti amatoriali, che sempre di più ricordano quelle di veterani e professionisti.

Che sia un picco di crescita dato dalla maggiore longevità degli atleti, i quali dopo il professionismo si danno alle competizioni dilettantistiche mantenendo però alti livelli, oppure dato dall’evoluzione tecnologica e dalla sempre maggiore disponibilità di mezzi di alta fattura, piuttosto che una diffusione di motorini, è ancora da chiarire. L’UCI si è detta convinta che i motorini siano presenti e ha aumentato i controlli, in alcuni casi a tappeto, anche in competizioni minori. Resta il fatto che il ciclismo è fra gli sport più praticati d’Italia, e il numero di praticanti e di competizioni è tale che bisogna attrezzarsi per fare controlli adeguati, il che richiede tempo.

Il motorino resta forse un’invenzione legittima, dipende sempre dall’utilizzo che se ne fa. I produttori affermano di metterlo sul mercato per aiutare i ciclisti più anziani, oppure quelli che recuperano da un infortunio, ma anche per permettere di continuare a divertirsi in bicicletta agli amatori nelle loro uscite settimanali. Obiettivo nobile, senza dubbio, ma allora come mai si fa tutto di nascosto? Il motorino potrebbe essere esterno e ben visibile, magari addirittura rimovibile. In casi come questo sarebbe non solo credibile l’intento dichiarato, ma si potrebbe anche migliorare tali motorini senza la costrizione di doverli fare stare nel tubo verticale. Per ottenere un motorino oggi si passa da telai di marca falsi importati clandestinamente dalla Cina, oppure si fa riferimento al mercato nero delle biciclette rubate, dove i telai costano relativamente poco ed è possibile procedere alla necessaria lavorazione del carbonio senza troppe remore. Difficile credere al nobile intento se per ottenere un motorino bisogna passare per vie così losche.

 

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